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Federico Rampini: io, i Beatles e l'amore

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Scritto da: Fabio Lepre

rampini%201.jpgL'obiettivo del nuovo libro di Federico Rampini, giornalista, scrittore ed esperto di economia, è ricostruire una speranza. D'altronde con un titolo come All You Need Is Love con il suo riferimento al valore delle relazioni cantato dai Beatles, è inevitabile guardare al futuro con ottimismo e leggerezza. Anche l'economia fa così meno paura. Con la fantasia e la creatività - spiega - si seppellisce ogni pregiudizio contro la "scienza triste". I libri di Rampini pongono, analizzano problemi e lasciano sempre con un robusto filo di speranza per il futuro. Lo sanno bene i suoi lettori che non a caso hanno riempito la sala del Teatro Artè a Capannori, nella provincia di Lucca, in occasione della nuova tappa del tour di presentazione del libro. Il Rampini conosciuto è la perfetta rappresentazione del personaggio televisivo: elegante e composto, con un gilet rosso che ben si abbinava ai ghirigori della camicia celeste, ha illustrato i principali temi della finanza italiana e mondiale, ascoltato le osservazioni e invitato a riappropriarci dell'economia.

Perché i Beatles?
«Parafrasando Steve Jobs, il fondatore di Apple, sono il mio modello di business. Furono una start up ante litteram. I talenti erano complementari e rappresentavano un mix di innovazione e creatività. Sono stati protagonisti di un arricchimento privato nella povertà della Liverpool del primo dopoguerra, certo, ma anche il simbolo dell'ultima età dell'oro, quella degli anni Sessanta».

Che tipo di anni sono stati?
«Un'età di grande benessere, di giovanilismo, di rivolte contro i padri, di grandi sogni e grandi delusioni».

Cosa trova nei testi delle loro canzoni?
«La mia adolescenza e un'epoca che fu l'ultima Età dell'Oro per l'Occidente: alta crescita, pieno impiego, benessere diffuso, aspettative crescenti per i giovani. Ma anche i germi di quel che accadde in seguito».

Proviamo a ricordare qualche canzone: Taxman?
«Prefigura le rivolte fiscali».

Get Back?
«Nasce come una satira dei primi movimenti xenofobi e anti-immigrati».

When I'm Sixty-Four?
«Anticipa la crisi del Welfare State da shock demografico».

Eleanor Rigby e Lady Madonna?
«Evocano la nuova povertà che oggi è in mezzo a noi».

Across The Universe?
«Con il suo richiamo al viaggio in India dei Fab Four, ricorda l'irruzione dell'Oriente nel nostro mondo».

Revolution?
«Ci riporta a un'epoca dove la gioventù abbracciava l'utopia egualitaria del marxismo, dal Maggio '68 parigino alla Rivoluzione culturale maoista in Cina. Vent'anni dopo, la caduta del Muro di Berlino consegnò il mondo intero all'egemonia del pensiero unico neoliberista: da Shanghai alla Silicon Valley».

E Yesterday?
«Con il tema della nostalgia, ci costringe ad affrontare domande cruciali: davvero si stava meglio ieri? Prima dell'euro, prima della globalizzazione, prima di Internet?».

Se non tutto era meglio ieri, come si esce da questa crisi?
«Con idee e terapie innovative per risolvere il drammatico problema dell'occupazione e superare le sempre più profonde diseguaglianze sociali. Sono indispensabili quella fantasia e quella creatività che affascinarono Steve Jobs. E utilizzare come colonna sonora le canzoni dei Beatles, il loro linguaggio semplice, divertente, provocatorio».

Perché i Beatles e non i Rolling Stone, più impegnati politicamente?
«Credo che il fatto che i Rolling Stone siano più rivoluzionari e di sinistra sia solo una leggenda. La Beatlemania ha piuttosto avuto un impatto irripetibile dal punto di vista sociale. Le loro canzoni erano proibite nei regimi autoritari e John Lennon era diventato una icona per la sinistra pacifista».



FEDERICO RAMPINI
rampini%202.jpgScrittore e giornalista italiano, inizia la sua attività giornalistica nel 1977 a "Città futura", settimanale della Federazione Giovanile Comunista Italiana di cui era segretario generale Massimo D'Alema; dal 1979 scrive per "Rinascita", giornale che deve abbandonare nel 1982 dopo avervi pubblicato un'inchiesta sulla corruzione in seno al Pci.
In seguito è stato prima vicedirettore de "Il Sole 24 Ore" poi capo della redazione milanese e inviato del quotidiano "La Repubblica" a Parigi, Bruxelles e San Francisco. Come corrispondente ha raccontato dapprima le vicende della Silicon Valley; ha lasciato poi gli Stati Uniti per aprire l'ufficio di corrispondenza di Pechino. Ha insegnato alle università di Berkeley e Shanghai.
Nel 2005 ha vinto il Premio Luigi Barzini per il giornalismo, nel 2006 il Premio Saint Vincent.
È autore di numerosi saggi, tra cui: Le paure dell'America (Laterza 2003), Tutti gli uomini del presidente. George W. Bush e la nuova destra americana (Carocci 2004), San Francisco-Milano (Laterza 2004).
Per Mondadori ha pubblicato Kosovo (1999, insieme a Massimo D'Alema), Il secolo cinese (2005), L'impero di Cindia (2006) e L'ombra di Mao (2006).
Nel 2012 ha inaugurato una nuova collana per Laterza (Idòla) con un pamphlet intitolato "Non possiamo più permetterci uno Stato sociale" Falso!
Tra gli altri saggi pubblicati: Alla mia sinistra. Lettera aperta a tutti quelli che vogliono sognare insieme a me (Mondadori 2012), Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo. Manifesto generazionale per non rinunciare al futuro (Mondadori 2012), La via maestra. L'Europa e il ruolo dell'Italia nel mondo dialogo con il Presidente Giorgio Napolitano (2013 Mondadori), Banchieri. Storie dal nuovo banditismo globale (Mondadori 2013), San Francisco-Milano. Un italiano nell'altra America (Laterza 2013), La trappola dell'austerity. Perché l'ideologia del rigore blocca la ripresa (Laterza 2014).



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