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La vacanza è una poesia

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Scritto da: Margherita Buggero
foglie_cielo.jpgQuest’anno al mare abbiamo fatto tante belle scoperte, molti soci partecipanti alla vacanza si sono cimentati esprimendo i loro talenti. Qualcuno in cucina, qualcuno con la musica altri con la creazione di oggetti, insomma è stata una occasione per tutti coloro che si sono voluti mettere in gioco. Una bella e piacevole sorpresa è stato Alessandro Di Pasquale, che partecipa alla nostra vacanza mare da diversi anni, ma era sempre rimasto nell’ombra, quest’anno ci ha reso partecipi della sua passione: la poesia.
Durante la settimana di ferragosto abbiamo dato vita alle poesie di Alessandro anche grazie alla partecipazione di altri ospiti, Antonio, Paola, Barbara e insieme abbiamo letto queste poesie che hanno, devo dire, avuto un buon successo fra i nostri soci partecipanti. Mi hanno chiesto di poterle avere ed eccole, vi allego le poesie di Alessandro certa che la sua vena poetica è solo all’inizio e che la prossima estate potrà deliziarci ancora.
Buona lettura

Margherita

Piccoli sorrisi


Noi piccoli sorrisi,
abbiam bisogno dei sorrisi grandi
di chi ci dà conforto
soltanto con lo sguardo,
di chi mostra gioia e comprensione
ma senza sconti, dicendo solo il vero
cercando il cuore con il cuore
soltanto quello, fedele.

Straripantemente


Certe volte sono così straripantemente
e irriducibilmente felice
che tutto sia vivo intorno a me!!!!
Soltanto che esista…..
E che io ne faccia parte!!

- 5/9/2012 (Padova) -

Vivande


Vino, salamini, cioccolata,
li vedo da lontano…
whisky, sacher, parmigiana,
desidero con gli occhi e con la bocca…
crema, patatine, maionese
ed altri cosiddetti nutrimenti…
tutti li invito alla mia mensa
eppur non li consumo.

Lo scopo è fare mostra
Di aspetto appetitoso e ghiotto,
profumo irresistibile.
Affinchè quella presenza appariscente
Dia maggior risalto
Al vitto semplice  e modesto…
Più adatto forse ai frati.

Renda onore cotanta dovizia
a quella povertà, e faccia quasi eroico
il gesto di rinuncia.
E ogni volta dia decoro e orgoglio
a scelta rinnovata.

Cocente sia lo smacco alle vivande
Malsane e prelibate:
Comprende sì il subire
L’aumento fascinato di saliva,
Ma poi le fugge e ignora
con spregio e indifferenza,
rinvigorendo ad ogni altra rinuncia.
Medaglia sul petto del soldato
Che ancora sceglie il fronte
Invece che vigliacca e prelibata retrovia,
e quel rifiuto esalta la scelta del contrario.

Offrire, e pure sia, dovuta ammirazione
Al nobile lignaggio,
pagarvi pegno,
quasi subir la giusta soggezione
per quel piacere che può provocare,
la voglia irresistibile,
persino quell’oblio che può donare.

Tutto si riconosce.
Ma tutto viene accantonato,
Anzi proprio nel massimo momento
In cui ti appresteresti ad assaggiare
Cedendo alle sapide lusinghe,
rifiuto secco opponi per contrasto
e con dispetto ritiri l’adesione,
Di punto in bianco, quasi per oltraggio.

Comprendi che non è rabbia che muove
o sorda cupidigia a demolire,
ma volgi invece tutto in positivo:
disconoscendo astute vie d’uscita,
Esegui la consegna
Per confermare valore e resistenza.

Conserva l’energia per destinarla
a più onorati scopi, e ne rimani pieno,
pronto  a progettare incontri e nuove sfide:
invece che il triste meditare,
svuotato e senza forze.

Mangiare sano come cucchiaiate
Di un elisir che rende irrevocabile
Raggiunta sanità.
Ed ogni volta l’astinenza fa rincarar la dose.

Come un solco che aratro ha costruito
E invece di ricoprir con nuova terra
Lo scava più profondo.

La pratica della virtù preservi
Da futuri danni,
e il male ceda l’armi,
E il corpo torni sano!

Incontro in salita


In quello che a me sembra sommo di salita
E invece non è altro che un punto a mezza strada
Mi fermo a ripianare il fiato
Dal troppo faticoso pedalare,
Sotto l’ombra oscura di un cachi.

Parole semplici scambio a una vecchina
Seduta accanto all’uscio della casa:
mi tengo un po’ a distanza,
- dialogo interrotto dal fiatone-
 per non disturbare.
Poi mi avvicino convinto dalla dignità,
l’orgoglio di essere del posto,
di conoscere i luoghi e mettermene a parte.

Segnata dall’età, non so se riesce più a vedere
-lo sguardo non si sposta dalla strada-
Qualche battuta, i tempi andati,
i buoni pomodori, l’ombra dell’albero
ed il lavoro che serve a mantenerla.

Poche frasi, quando capisco che è l’ora di lasciare,
ma debbo ringraziarla
per quel regalo che mi è stato fatto.
Non oso di abbracciarla,
di quello avrei bisogno, di braccia pure magre,
rinsecchite e vecchie, che cingono il mio corpo.

Mi avvicino, prendo la mano ossuta e rovinata,
con l’atto, del tutto fuori posto,
d’un cicisbeo che invita la damina,
come stessi a corte, invece che in un posto di campagna
dove per avventura siamo veri.

L’azzardo consentito è un breve bacio,
ma sfioro col dito la sua pelle
per cancellar la traccia, quasi non sia degno di toccarla:
invece che un omaggio, un’irriguardosa confidenza.

Ringrazia invece col solito sorriso,
la solita espressione, per il complimento ricevuto.

Mi sento un vero uomo...


Se per “Uomo “ si intende
una fragile creatura
Condotta a forza sopra una tradotta
Denominata Terra,
spedita a folle corsa nello spazio,
dispersa come briciola nel cosmo
(manco ci fosse un guidatore accorto.)

Se l’Uomo è un viaggiatore
Ma ha un biglietto solo per l’andata.

Se non conosce come andrà a finire
Anzi lo sa…persino troppo bene

Se si può dire “Uomo”
chi piange il suo destino,
e scopre altri compagni,
murati nel medesimo convoglio,
cui pure non è dato
cambiare meta al viaggio, nè il finale.

Allora sì lo ammetto:
mi sento un VERO UOMO!
Perché quella precarietà
Fa il paio con la mia
Incertezza di individuo
Ed ogni volta l’una
Richiama e induce l’altra,
che  quasi le confondo
e danno unica pena.

Quell’Uomo stesso
- ma forse troppo tardi -
comprenderà
che l’essere con-sorti
buon vicinato impone
e rende amico un volto
che prima riteneva
dolorosa compresenza.

La fratellanza pare non sia….
Un’opzione assecondata da virtù
Ma un fatto obbligatorio
Causato dall’essere compagni
Di un viaggio che non ha ritorno.
Ci stiamo amando per necessità?

Non mi sorprende:
siam esseri mortali e solitari,
dove altro cercar consolazione
se non in simili e disperati umani?
Forse non toglie il gusto,
anzi l’aggiunge…

E però a volte ammetto
stona sorridere al compagno,
se in cuore non c’è altro che dolore!
E’ allora che mi sento sconfortato
dall’obbligo, guardandosi negli occhi,
di sembrare quello che non sono.
Questo posso mostrare:
soltanto l’imbarazzo di sapere
- e non poter svelare -
quel destino amaro.
A meno di assumersi  
l’ingrato compito
di metterlo in comune:
addolorarsi insieme, offrendo perdizione?

Chissà se quello è amore,
o il braccio cui aggrapparsi per non precipitare.

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