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Se la guida ambientale è un artigiano della vita | Nino Guidi al carcere di Pisa

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Scritto da: Fabio Lepre

nino-guidi-03.jpgLa guida ambientale è un creativo. Uno che immagina un percorso, sta attento ai particolari e ha spirito di osservazione. Ed è anche una figura umana, una che ci sa fare con le persone. Una di quelle che comprende i bisogni dei camminatori, capisce il loro stato d'animo e li mette a loro agio. D'altronde, in un viaggio a piedi si partecipa per qualche giorno alla vita di una piccola temporanea comunità (il gruppo in cammino) per cui viaggiare diventa condivisione di tempo, parole, cibi, camera, emozioni. Insomma, la guida ambientale è un artigiano che rende speciale ogni pezzo che esce dalle sue mani. Il viaggio è unico e originale, messo a punto passo per passo, alla ricerca delle ragioni di un percorso sempre nuovo per i compagni di viaggio e le storie incontrate.

C'è una guida Vie dei Canti, Nino Guidi, che ha aperto una finestra sul suo mondo, personale ma non segreto, con un breve racconto sulla sua esperienza al carcere Don Bosco di Pisa, con gli abiti di guida del laboratorio di falegnameria e riciclo. Già, perché Nino è anche un artigiano del legno, un restauratore, un falegname. La giornata nel penitenziario procede per gradi: prima la timida conoscenza reciproca, poi l'apertura, quindi la fiducia e infine il desiderio di incontrarsi di nuovo. Vengono così alla luce i tanti punti in comune con il mestiere di guida ambientale, come l'amore per il proprio lavoro, la laboriosità manuale e mentale, l'apertura verso gli sconosciuti e gli imprevisti, la capacità di condurre i partecipanti dei gruppi, farli sentire uniti e metterli in cammino.

P.S.: puoi conoscere Nino Guidi partecipando ai viaggi La Via del Volto Santo (6-13 giugno 2015) sulla Francigena o La Via dei Navicelli (19-21 giugno 2015) sulla Francigena che vien dal mare.


di Nino Guidi

nino-guidi-02.jpgSono le due del pomeriggio, entro nel portone del Carcere Don Bosco di Pisa. Primo laboratorio di falegnameria e riciclo. Attraverso i corridoi, deserti a quell’ora. Quattro pesanti cancelli si aprono e si chiudono alle mie spalle. Ci fermiamo a salutare il direttore, persona simpatica, pratica e disponibile. Mi guarda dritto negli occhi e, con espressione fraterna, mi fa gli auguri per il nuovo impegno non prima di avermi messo sull’avviso, “occhio, i detenuti sono personaggi strani”, comprendo, annuisco ma sono sereno. In compagnia di Chiara, cara amica e psicologa in vari carceri italiani, proseguo verso il secondo piano dove si trovano alcuni detenuti che collaborano all’interno del progetto Prometeo. Il nostro trasferimento si interrompe per qualche minuto mentre lei scambia alcune battute con una collega. Io mi allontano un poco, è l’ora d’aria per i detenuti. Mi affaccio alla finestra e vedo una ventina di reclusi che si rilassano sotto il pallido sole. Alcuni camminano, altri giocano sdraiati sul pavimento esterno con gli scacchi. Uno, da solo, viso tirato e barba incolta sta in disparte e in silenzio ma la sua espressione parla più di tante parole. Un elemento accomuna tutti quanti, nessuno escluso, sono tutti africani o orientali.

Domando a Chiara se è la conseguenza di ciò che sta accadendo sulle nostre coste o se quella è l’ora d’aria riservata a quelle etnie. No, mi conferma che la maggior parte dei reclusi è straniera ed è un bel problema. Saliamo verso il nostro laboratorio e incontriamo una guardia penitenziaria molto affabile, ci confrontiamo e lui esprime il disagio che hanno molti sorveglianti di fronte a questa marea di stranieri che parlano lingue incomprensibili, loro non riescono a farsi capire e si innervosiscono e il personale di sorveglianza è come fosse in parte disarmato, non sa come affrontare molte situazioni. Le soluzioni ci sarebbero e innalzerebbero anche il livello culturale dei secondini ma questo appartiene ad un’altra terra, roba da altro Pianeta, l’Italia è lontana e, intanto, loro, chissà quali trame potrebbero complottare!

Arriviamo in falegnameria, ad attenderci ci sono pochi detenuti già incontrati nella presentazione precedente, poi, alla spicciolata arrivano anche gli altri. Sono molto carichi, vogliono sapere che cosa ho portato da lavorare. Mi mostrano i lavori fatti nella settimana. Di lì a poco arriva “il radiologo” il detenuto albanese, Johnny (chissà se è il suo vero nome e come lo scrive…), ha già fatto 22 anni di carcere, soffre di disturbi psichici e si infila in ogni situazione creando confusione e ti osserva con lo sguardo fisso. Non è facile tenerlo alla larga senza offenderlo, senza emarginarlo. La sua espressione, sebbene condizionata dai farmaci, è eloquente.

nino-guidi-04.jpgHo portato gli avanzi di legno che è servito per costruire l’asineria, dopo vari passaggi diventeranno dei fermalibri con il logo del nostro Paese dei Balocchi! Sono tutti molto intraprendenti e hanno voglia di apprendere. Indico loro una sequenza esatta di passaggi da effettuare per ottenere il prodotto finito e cerco di creare varie operazioni manuali per coinvolgere la maggior parte dei partecipanti. Lavorano con entusiasmo e si divertono a vedere, piano piano, il formarsi di un qualcosa che ha una linea, una sua caratteristica rispetto al pezzo di partenza. Mostro loro come preparare i colori, come usare con cautela gli elettroutensili, come migliorare le varie fasi e tutti recepiscono con discreta velocità i consigli ricevuti. Due ore e una pausa caffè corrono veloci, qualche pezzo prende forma e qualche informazione in più raccolta in quel momento mi fa pensare su alcuni di loro, lunghe pene da scontare, ragazzi ventenni che si sono giocati un bel pezzo di vita. A noi spetta dargli fiducia, impegnare la loro mente e le loro mani per non sprecare questo tempo, lo sanno e fanno di tutto per dare un senso al loro tempo, alla loro detenzione. Ci salutiamo, li sprono a fare prove e a preparare il materiale semifinito per il prossimo incontro. Non c’è bisogno di motivarli oltre, domani saranno già impegnati per portare in fondo la lavorazione dei fermalibri e alcuni di loro mi chiedono di portare ancora più idee e materiale per la prossima volta “portane di più così possiamo lavorare per tutta la settimana” mi dice Sudokan, macedone e bravo ragazzo, troppo giovane per stare lì dentro e neppure per poco.



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