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La salute è solo mancanza di malattia?

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Scritto da: Bruno Franconi

cascate.jpgSecondo alcuni vocabolari medici la salute s’identifica, oggi, con uno stato di benessere psico-fisico e sociale in cui si trova un individuo. Ed è vero, come altrettanto vero è il concetto che c’è appartenuto fino a ieri (e forse ancora in parte ci appartiene) di salute come mancanza di malattia. Com’è stato possibile che il potere della malattia sull’uomo abbia contagiato e prevaricato ogni sua manifestazione espressiva? Sicuramente, ma non solo, con una mal gestione generalizzata nel sociale della salute, concepita molto settorialmente e financo presuntuosa, che ha portato la persona a dipendere esclusivamente da un pensiero/frangia di suoi pari.


Questo ha portato altresì, insieme con uno sviluppo caotico ed errato della società, ad allontanarsi da tutto ciò che è naturale, come pure a un distaccarsi dalle emozioni e dal poterle vivere in modo consapevole, in modo semplice e vero. Dunque abbiamo perso il contatto tra il “fuori” e il “dentro” di noi, abbiamo normalizzato un disagio soggettivo nel sociale, abbiamo dimenticato il gran privilegio che abbiamo del potere su noi stessi, per rivolgerlo, in modo nefasto e deviato, sugli altri. Da qui la paura della malattia/morte e il delegare sempre più ad altri, in questo caso a una struttura codificata socialmente che si fa garante di “guarirci”, la responsabilità che invece ci appartiene.


E noi vogliamo, come disse tempo fa un medico riguardo ai pazienti, essere ubbidienti ed essere condotti per mano fino alla guarigione. In altre parole non vogliamo/non possiamo prenderci cura di noi stessi e deleghiamo, sembra assurdo, facilmente ad altri la cosa, sperando di essere soccorsi; ma la gestione della salute sì fatta non può dare i suoi frutti, non può aiutare veramente chi soffre, può solamente “aggiustare” quando ci riesce, una parte del tutto che è andato in panne.


In questo contesto nasce l’esigenza della persona di chiedere di più, di essere ascoltata, e questo è esattamente ciò che sembrano dare, a volte, le medicine cosiddette complementari o bionaturali. Vero è che molti di questi imbonitori di discipline alternative, sotto l’egida di una cultura olistica illude con “terre promesse”, e che tanti di questi faciloni prospettano un maggiore benessere rispetto ad altri metodi. Ma non è così, il punto sta nel contesto filosofico-teorico-pratico di dette metodiche antiche orientali che si rivolgono all’essere come interazione espressiva energetica e manifesta di potenze superiori, e depositario (l’essere umano), di una sacralità che a noi oggi, uomini dissacratori, pare fuori tempo, a noi che tutto cerchiamo di incasellare e protocollare (leggasi controllare).

guarigione.jpg
La meta del “benessere” non è illusoria se è vero che rispettando la Vita e con particolari pratiche si può assurgere a una guarigione del profondo che oltrepassa i limiti impostici dalla materia e dal tempo. Il rispetto della Vita, certamente non è facile né alla portata di tutti (per stato sociale, per cultura ecc.), se è vero che presume un lavoro, enorme e una catarsi continua anche delle emozioni, un lavoro d’autoconsapevolezza, che porti l’inconscio verso livelli superiori e conoscitivi, integrando il corpo e la mente in un gioco sempre nuovo.


Alexander Lowen affermava che se non si lavorava con il corpo, i cambiamenti restavano superficiali, e dunque ciò che interessa per un’evoluzione “non è solo ciò che dice il paziente, ma ciò che avviene a livello del corpo”. Dunque la salute e ancor meglio il ben-essere è uno stato evolutivo che nasce dal “dentro, dalla parte più intima di noi stessi e si proietta nel “fuori”, esprimendosi in tutte le componenti dell’uomo corpo-mente spirito, per poter tornare all’uomo quale essere individuo/indiviso.

Bruno Franconi
Insegnante di Yoga e di Shiatsu
Co-Operatore della Vacanza Mare 2015 di Tra Terra e Cielo

Secondo alcuni vocabolari medici la salute s’identifica, oggi, con uno stato di benessere psico-fisico e sociale in cui si trova un individuo. Ed è vero, come altrettanto vero è il concetto che c’è appartenuto fino a ieri (e forse ancora in parte ci appartiene) di salute come mancanza di malattia.

Com’è stato possibile che il potere della malattia sull’uomo abbia contagiato e prevaricato ogni sua manifestazione espressiva? Sicuramente, ma non solo, con una malgestione generalizzata nel sociale della salute, concepita molto settorialmente e financo presuntuosa, che ha portato la persona a dipendere esclusivamente da un pensiero/frangia di suoi pari.

Questo ha portato altresì, insieme con uno sviluppo caotico ed errato della società, ad allontanarsi da tutto ciò che è naturale, come pure a un distaccarsi dalle emozioni e dal poterle vivere in modo consapevole, in modo semplice e vero.

Dunque abbiamo perso il contatto tra il “fuori” e il “dentro” di noi, abbiamo normalizzato un disagio soggettivo nel sociale, abbiamo dimenticato il gran privilegio che abbiamo del potere su noi stessi, per rivolgerlo, in modo nefasto e deviato, sugli altri. Da qui la paura della malattia/morte e il delegare sempre più ad altri, in questo caso a una struttura codificata socialmente che si fa garante di “guarirci”, la responsabilità che invece ci appartiene.

E noi vogliamo, come disse tempo fa un medico riguardo ai pazienti, essere ubbidienti ed essere condotti per mano fino alla guarigione. In altre parole non vogliamo/non possiamo prenderci cura di noi stessi e deleghiamo, sembra assurdo, facilmente ad altri la cosa, sperando di essere soccorsi; ma la gestione della salute sì fatta non può dare i suoi frutti, non può aiutare veramente chi soffre, può solamente “aggiustare” quando ci riesce, una parte del tutto che è andato in panne.

In questo contesto nasce l’esigenza della persona di chiedere di più, di essere ascoltata, e questo è esattamente ciò che sembrano dare, a volte, le medicine così dette complementari o bionaturali.

Vero è che molti di questi imbonitori di discipline alternative, sotto l’egida di una cultura olistica illude con “terre promesse”, e che tanti di questi faciloni prospettano un maggiore benessere rispetto ad altri metodi.

Ma non è così, il punto sta nel contesto filosofico-teorico-pratico di dette metodiche antiche orientali che si rivolgono all’essere come interazione espressiva energetica e manifesta di potenze superiori, e depositario (l’essere umano), di una sacralità che a noi oggi, uomini dissacratori, pare fuori tempo, a noi che tutto cerchiamo di incasellare e protocollare (leggasi controllare).

La meta del “benessere” non è illusoria se è vero che rispettando la Vita e con particolari pratiche si può assurgere a una guarigione del profondo che oltrepassa i limiti impostici dalla materia e dal tempo. Il rispetto della Vita, certamente non è facile né alla portata di tutti (per stato sociale, per cultura ecc.), se è vero che presume un lavoro, enorme e una catarsi continua anche delle emozioni, un lavoro d’autoconsapevolezza, che porti l’inconscio verso livelli superiori e conoscitivi, integrando il corpo e la mente in un gioco sempre nuovo.

A. Lowen affermava che se non si lavorava con il corpo, i cambiamenti restavano superficiali, e dunque ciò che interessa per un’evoluzione “… non è solo ciò che dice il paziente, ma ciò che avviene a livello del corpo”.

Dunque la salute e ancor meglio il ben-essere è uno stato evolutivo che nasce dal “dentro, dalla parte più intima di noi stessi e si proietta nel “fuori”, esprimendosi in tutte le componenti dell’uomo corpo-mente spirito, per poter tornare all’uomo quale essere individuo/indiviso.



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