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Pellegrino a Santiago - Parte XII: grazie vento!

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Scritto da: Walter Orioli
Da Navarrete a Azofra.
immag0320.jpgIl sesto giorno inizia prestissimo. Mi sveglio per primo e sgattaiolo fuori dall’albergo con una banana in mano e lo zaino da ricomporre. Come ogni mattina, i pellegrini riordinano gli indumenti e le altre poche cose che tengono nello zaino con cura da certosini, mettendo le cose più pesanti in fondo e le più leggere in alto con i rimasugli di cibo e l’acqua nelle tasche laterali. Anch’io non sfuggo a questa buona pratica di riordino.
Conosco bene questa fragrante ebbrezza che mi investe nelle prime ore del giorno, questo venticello fresco e sublime che riempie il cuore e lo conforta. Oggi voglio dedicare questa giornata al vento, il più evanescente degli elementi naturali. Lo incontro con la sua potenza dirompente sulle alture di San Anton, a 715 metri s.l.m. e mi rammento del significato del soffio vitale nella tradizione vedica e i suoi meravigliosi inni al vento come fonte di origini cosmogoniche per scoprirne il significato trascendente. L’invito dei Veda, l’antico testo della tradizione orientale, è quello di farsi catturare dal soffio primordiale del vento che ha origine sconosciuta, nessuno sa da dove venga e dove vada; egli vaga libero, lo si sente ma non lo si vede, è invisibile, può essere solo percepito, sentito sulla pelle e mai afferrato o compreso.
Beandomi di queste informazioni di remota memoria indiana mi becco tre ore di marcia, passando per l’aurora e l’alba, prima di far colazione a Najera, dove apprezzo moltissimo il caffè con latte e la briosce confezionata un tantino rafferma. Visito le famose rocce rosse con caverne e il fantastico monastero di Santa Maria de la Real. Oggi ricorre la domenica delle palme e la funzione della messa è corredata dalla cerimonia processionale dell’ulivo. La funzione è recitata in lingua strettamente spagnola veloce, eppure è apprezzata anche da un semicredente come me. Alla benedizione vengo accolto come unico pellegrino e benedetto dal monaco come da tradizione.
Con una marcia in più riparto nel vento per bruciare altri sei chilometri. Nonostante arrivo ad Azofra dopo le tre del pomeriggio, trovo ancora un letto libero in cameretta singola, una celletta piccola e moderna, un vero lusso per il pellegrino abituato a letti a castello in camerate da dieci, venti, trenta posti. Sistemo i miei piedi nell’acqua fresca della fontana nel cortiletto soleggiato e tranquillo.
Un luogo che invita alla chiacchiera. È in questa prospettiva che ritrovo gli inglesi e conosco una coppia di Parigi, due professori in pensione, affabili e sornioni come due gattoni siamesi. Condivido con loro anche la cena a base del solito menù del pellegrino mentre anziani contadini si esibiscono nel canto a squarciagola di romanze giullaresche, sorretti più che dalle ugole dal vino tinto che hanno in corpo.
Nella notte, all’ultimo piano dell’albergo, il vento fischia attraverso le fessure delle finestre creando quella presenza amica che mi ha accompagnato per tutta la giornata. Mi sbalordisco, quando, andato in bagno in piena notte e poi di ritorno nella stanza trovo qualcuno nel mio letto, il MIO letto è stato usurpato da una sconosciuta pellegrina che evidentemente ha sbagliato porta! La signora si scusa e se ve esce, a me però rimane l’affermazione sulle labbra del MIO letto, anche se MIO non è. Può mai il vento, il sole, la terra, un letto di un albergo essere di qualcuno? Questo senso della proprietà privata che ho nel DNA potrà mai essere geneticamente trasformato, o sciogliersi come il vento che spazza via, ripulisce e vaga libero sopra ogni cosa?
Mi riaddormento, cullato dalla musica rilassante che evoca in me il mito di Eolo. Sogno di essere nella misteriosa dimora di un monumentale castello in cima alla collina nel paese delle meraviglie. Al mattino annoto sul diario qualche versetto dai Veda che ricordo a memoria: Tu sei nostro padre, o Vento, nostro amico e nostro fratello


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